Luigi Massaro --:--:--
Quaderno · inchiesta · L’Io N° 02

La toppa: cinque giorni di Taranto a secco

Illustrazione: una piscina gonfiabile che perde acqua davanti alle ciminiere dell’ex Ilva

Dal 12 al 16 ottobre 2026 lo sciopero dei lavoratori dell’ex Ilva ha bloccato Taranto. Statali 7 e 106 chiuse, i varchi della raffineria Eni presidiati, 37 autocisterne ferme dentro. Dal secondo giorno, in città, fare benzina è diventato una lotteria.

Mercoledì, alla pompa numero 4 (fraintendibile)

Mercoledì 14 ottobre, viale Magna Grecia. Quaranta minuti di coda senza sapere se, arrivato il mio turno, ci sarebbe stato ancora diesel. Il distributore ha due colonnine per lato, le pompe 1 e 2 da una parte, la 3 e la 4 dall’altra, la cassa in mezzo. La fila usciva sulla strada e chiudeva il viale.

Nessuno serviva. Tutti aspettavano la pompa 2, quella che sembrava sicura. Io sono andato alla 4 e ho fatto da cavia: ho pagato con il POS e il gasolio è uscito.

Il cartello diceva 2,499 euro al litro, «prezzo praticato». Sulla pompa c’era scritto self. Due giorni dopo, il 16, la media italiana del diesel al self era 2,256 euro; quella del servito 2,458. Ho pagato il prezzo del servito, e il servito non c’era.

Il cartello dei prezzi di un distributore in viale Magna Grecia a Taranto: diesel a 2,499 euro, con le frecce rosse sulla scritta self della pompa
Mercoledì 14 ottobre.
La coda di auto per fare benzina in viale Magna Grecia a Taranto durante i blocchi dell’ex Ilva
La coda, vista dal mio posto in fila.

Il giorno dopo, giovedì 15, la sera, in viale Virgilio, un altro distributore: coda alle otto, coda ancora quando sono passato per andare in palestra. Alle 22:10 la fila non c’era più, perché non c’era più niente. Prezzi spenti, pompe spente, solo l’insegna accesa. Le auto si fermavano davanti alla cassa, guardavano e ripartivano.

Lo sciopero dell’ex Ilva, giorno per giorno

Lunedì 12. Sciopero nazionale di 24 ore in tutti gli stabilimenti. A Taranto il corteo e i blocchi sulle statali 7 e 106 e ai varchi della raffineria. Il sindaco Piero Bitetti sfila con gli operai.

Martedì 13. Altre 48 ore di sciopero. In serata il governo approva un decreto: cassa integrazione fino a giugno 2027, 187 milioni, altiforni in preriscaldo. Per i sindacati non basta. «Le misure sono insufficienti», dice Francesco Brigati della Fiom di Taranto.

Mercoledì 14. A Genova gli operai occupano la Prefettura. I commissari assicurano che gli stabilimenti non chiudono. A Taranto cominciano le code ai distributori.

Giovedì 15. Migliaia di lavoratori a Bari. Regione, Comune, sindacati e partiti firmano un documento unitario che chiede un incontro al governo. Eni comunica che oltre metà dei suoi distributori pugliesi è a secco; a Taranto, secondo TRM, l’80%. In serata arriva la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre.

Venerdì 16. Al mattino l’assemblea toglie i blocchi, alle 23 finisce lo sciopero. Il carburante torna nei giorni dopo (ma a fatica: ancora sabato 17, a Taranto, alcuni distributori sono spenti, senza gasolio).

Chi è chi: le sigle

Le sigle sono la parte che mi ha fatto dannare di più. Non le capivo, e anche adesso che le scrivo faccio fatica: sembrano supercazzole, sigle del miglior Tognazzi, tarapia tapioco con scappellamento a destra. Le metto in fila.

Fim (Cisl), Fiom (Cgil) e Uilm (Uil) sono i tre sindacati storici dei metalmeccanici. Usb (non è la chiavetta) è un sindacato di base e da anni chiede la nazionalizzazione. Ugl è una confederazione a sé. Proclamano gli scioperi e trattano con governo e azienda. I blocchi stradali li ha votati l’assemblea dei lavoratori, e la stessa assemblea li ha tolti.

Acciaierie d’Italia gestisce la fabbrica ed è in amministrazione straordinaria dal 2024: decide la produzione, e il 9 ottobre ha spento gli altiforni. Ilva in AS è la società proprietaria degli impianti, commissariata dal 2015. Tutte e due hanno fatto ricorso in Cassazione contro lo stop.

La raffineria Eni con l’acciaio non c’entra: sta dall’altra parte della statale 7, e i blocchi l’hanno chiusa perché era lì. I Genitori Tarantini sono l’associazione, nata nel 2015, che ha fatto la causa da cui parte tutto.

Illustrazione in xilografia: cinque operai con il casco davanti all’altoforno, con le bandiere Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl
La figura delle sigle, dalla carta dell’Io N° 02.

Come si arriva alle pompe vuote

Nel luglio 2012 la Procura di Taranto sequestra l’area a caldo, la parte della fabbrica dove il minerale diventa acciaio: altiforni, cokerie, acciaierie. Inquina e fa ammalare. Da lì comincia la stagione dei decreti «salva Ilva».

Nel 2021 i Genitori Tarantini portano la fabbrica davanti al Tribunale di Milano. Nel giugno 2024 la Corte di Giustizia europea fissa un principio: se ci sono pericoli gravi per la salute e l’ambiente, l’attività va sospesa. Il 26 febbraio 2026 il Tribunale di Milano ordina lo stop dell’area a caldo dal 24 agosto, salvo adeguamenti. Il 27 luglio la Corte d’Appello lo conferma: stop entro 90 giorni, finché non sarà tolto l’amianto e ridotte le polveri sottili.

Le richieste di sospensiva vengono respinte l’11 settembre e il 5 ottobre. A settembre Aigi, l’associazione che riunisce gran parte delle imprese dell’indotto (le ditte esterne che lavorano per la fabbrica: manutenzione, pulizie, trasporti), aveva già avviato i licenziamenti di oltre 2.500 lavoratori, poi sospesi su richiesta del governo. Il 9 ottobre gli altiforni si fermano. Il 12 comincia lo sciopero.

Una sentenza sulla salute, gli altiforni spenti, migliaia di posti a rischio, i blocchi, la raffineria chiusa, le pompe vuote. Ogni anello tira quello dopo.

Il decreto, il documento, la toppa

Cinque giorni di blocchi ci hanno fatto capire tre cose.

1. Un decreto: cassa integrazione dal 1° ottobre 2026 al 30 giugno 2027, 187 milioni (dentro ci sono anche 40,5 milioni di prestito) e il permesso di tenere gli altiforni in preriscaldo, al massimo fino al 15 dicembre, in attesa della Cassazione.

2. Un documento firmato a Bari, che chiede un incontro.

3. Una data: il 27 ottobre alle 17, nella Sala Verde di Palazzo Chigi.

Nel merito non è stato deciso nulla, tanto che sabato 17, il giorno dopo, Acciaierie d’Italia ha messo in cassa integrazione straordinaria 8.622 lavoratori. Ecco quanto è servito lo sciopero.

Il Post l’ha chiamata «l’ennesima pezza». Nella copertina dell’Io l’ho disegnata così: una piscina gonfiabile che perde, e una toppa che cerca di coprire il buco.

Illustrazione in xilografia: una piscina gonfiabile con il buco e una toppa accanto, l’acqua che esce e l’ex Ilva sullo sfondo
La copertina dell’Io N° 02.

Quello che mi resta è quasi rassegnazione, e una convinzione. Una fabbrica ferma dal 9 ottobre è riuscita lo stesso a fermare una città: le strade, il carburante, gli autobus con le corse tagliate. Dal 2012 i decreti per salvarla non si contano, e l’ex Ilva tiene ancora Taranto in ostaggio anche da spenta.

Chi ha bloccato le strade non è il colpevole di questa storia: è l’anello più esposto. Ma alla fine i blocchi, dalla raffineria, si sono estesi a tutta la città, perché la città era a portata di mano. Roma invece no.

Due cortei in cinque giorni (paradosso)

Lunedì 12 gli operai sfilano per tenere aperta la fabbrica. Sabato 17, da piazzale Democrate, parte un corteo per chiederne la chiusura: quello dell’Onda del Futuro, con dentro anche i Genitori Tarantini.

Bitetti, che il 12 camminava con gli operai, al corteo del 17 non ha partecipato. La piattaforma chiedeva la chiusura totale del siderurgico; lui sostiene la decarbonizzazione, cioè spegnere le fonti inquinanti trasformando la fabbrica. È la linea del documento firmato a Bari con Decaro, che chiede al governo di decarbonizzare gli impianti, anche con l’idrogeno verde.

Io c’ero, con il telefono in mano. Sugli striscioni «Ilva is a killer» e «Per Taranto insorgiamo». Dei ragazzi cantavano «che sarà del futuro della mia città».

Il corteo del 17 ottobre 2026 a Taranto contro l’ex Ilva, con gli striscioni Per Taranto insorgiamo e Ilva is a killer
Sabato 17 ottobre, dal mio video del corteo.

Lo stesso stabilimento, nella stessa settimana, è il mostro per alcuni e lo stipendio per altri. C’è chi la vuole aperta perché ci lavora e chi la vuole chiusa perché ci respira: a Taranto sono vere tutte e due, e spesso convivono dentro le stesse famiglie.

E i telegiornali nazionali?

Mia madre, che vive fuori Taranto, dei blocchi ha saputo solo dai social. È la voce che mi dice come si vede Taranto da fuori, e quella settimana Taranto si vedeva solo sul telefono.

Sui social ne parlavano tutti: i profili dei partiti, le associazioni, la gente comune diventata reporter. Che l’informazione oggi viaggi lì non è una scoperta, e nemmeno che la televisione abbia perso la fiducia che aveva dieci anni fa. Ma un algoritmo si manipola quanto un palinsesto. Sotto ogni post sui blocchi c’era chi gridava allo scandalo: in TV di Taranto non parla nessuno, quindi ce lo nascondono.

Volevo capire se era vero, e invece di fidarmi della sensazione ho contato. Ho cercato su Google News, testata per testata e giorno per giorno, contando solo i titoli pertinenti. Dello sciopero hanno scritto tutti. Della benzina che mancava, sui siti di Rai nazionale, Mediaset, Sky TG24 e La7, non c’è un solo titolo: i sei titoli Rai sul carburante sono tutti della TGR, il telegiornale regionale. Su Repubblica i cinque titoli sul carburante sono dell’edizione di Bari; sul Corriere, due su otto sono dell’edizione nazionale.

Mediaset ha mandato servizi del TG5 il 12 e il 13, del TG4 e di Studio Aperto il 12; dal 14 solo Genova. Il 17 ottobre, tra i «temi caldi» in testa a RaiNews, c’erano il Papa, l’Ucraina, il Medio Oriente, Garlasco, la Festa del Cinema e il clima. L’ex Ilva no.

Dire che la TV non ne ha parlato, allora, è da ignoranti, nel senso di chi non sa: ne ha parlato, non approfonditamente, ma l’ha fatto. Magari non con l’attenzione che volevamo noi, ma questa è la percezione di chi Taranto la vive e ce l’ha nel cuore. Nella stessa settimana in Italia c’erano altre proteste, che vanno avanti ancora oggi, come quella di camionisti e agricoltori contro il caro gasolio. Se noi tarantini diamo tanto peso ai blocchi dell’ex Ilva, è perché hanno messo in ginocchio la nostra città e le nostre routine. Da fuori pesavano meno, e lo si capisce da come ha risposto il governo: un decreto che allunga i tempi, con gli altiforni in preriscaldo fino al 15 dicembre, e un incontro fissato solo dopo le pressioni della Regione.

Quello che nessuno sa ancora

Il 20 ottobre la Cassazione, a Sezioni Unite, esamina i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia. Se annulla lo stop, gli altiforni possono ripartire e la vendita riprende. Se lo conferma, lo spegnimento diventa definitivo entro il 25 ottobre.

Il 27 governo e sindacati si siedono a Palazzo Chigi, per parlare di prepensionamenti, lavoro usurante e incentivi all’uscita. Se non basterà, il rischio è che si torni in strada e che la città venga rimessa in ginocchio.

E resta la domanda che nessuno scioglie: chi compra una fabbrica senza area a caldo, e con quanti dipendenti? La cordata italiana guidata da Federacciai l’area a caldo non la vuole. Jindal, il gruppo indiano preferito dal governo a luglio, la vuole.

In uno dei prossimi approfondimenti seguirò questa domanda fuori da Taranto, allargando la prospettiva a un’Europa che produce sempre meno acciaio e a un’India che oggi respira quello che Taranto ha respirato per decenni.

Di Taranto vista dal banco di un negozio ho scritto anche nel caso Refan, la profumeria di viale Liguria. Il carosello di questa inchiesta è nell’Io N° 02, su Instagram.

Cosa mi porto a casa

Una fabbrica spenta ha fermato una città accesa.

Il 20 decide la Cassazione, il 27 si tratta a Roma. Poi sapremo quanto regge la toppa.

hai una storia di Taranto da raccontare? scrivimi → info@luigimassaro.com